Esistono sapori che hanno il colore della terra e il ritmo del tempo che passa. Nelle terre di confine tra Casumaro e Finale Emilia, dove la pianura si fa generosa e le tradizioni affondano le radici nel focolare, vive un segreto che profuma di vino e di festa: il Tintorino.
Tintorino ha un nome che ricorda un’opera d’arte ma è molto di più. Non è solo un insaccato; è una promessa di convivialità. Il suo nome, quasi fiabesco, racconta il gesto antico di chi, con sapienza artigiana, unisce la nobile carne di maiale al vigore del vino rosso. È proprio il vino l’artista invisibile: è lui che “tinge” la carne, donandole quella sfumatura rubino, intensa e vibrante, da cui deriva il suo nome così evocativo.
Se la celebre Salama da Sugo ferrarese è la matriarca austera e complessa della nostra tavola, il Tintorino ne è il fratello minore dall’anima dolce. Ha lo stesso sangue nobile, ma lo sguardo più giovane e lo spirito più leggero.
Mentre la Salama richiede lunghe attese e sfodera una sapidità audace, il Tintorino preferisce la freschezza. La sua stagionatura è breve, quasi un soffio, e il condimento si fa delicato per lasciare spazio alla dolcezza naturale della carne. Al palato è una carezza: morbido, sincero, capace di raccontare la gioia di un pranzo in compagnia senza mai stancare.
C’è un motivo profondo se ogni anno ci ritroviamo a celebrare questo prodotto. Non è solo per il piacere di un buon piatto, ma per una missione silenziosa e preziosa: mantenere viva la fiamma della memoria.
Ogni fetta di Tintorino è un filo sottile che unisce le mani sapienti dei nonni alla curiosità dei nipoti. È il nostro modo di dire ai ragazzi che la storia non si legge solo nei libri, ma si assapora, si annusa e si tramanda intorno a una tavola imbandita.
Vogliamo che il Tintorino continui a “tingere” i nostri ricordi, portando con sé il calore di una tradizione che non ha nessuna intenzione di sbiadire.